Una famiglia in progress tra storie di cucina, risparmio e vacanze low budget

P.Iva nel Sacco – intervista ad Anna Cortelazzo

Anna Cortelazzo chi sei, professionalmente parlando?
Sono una freelance che da anni si occupa di comunicazione, soprattutto online. Ho strutturato la mia attività in due macro-aree: da una parte curo i contenuti in prima persona (scrivo testi per blog di altre persone e per testate giornalistiche, come per esempio IlBoLive dell’Università di Padova o Sgailand magazine, e gestisco profili social), dall’altra svolgo un lavoro di consulenza per chi invece vuole fare da solo. Si passa dalla consulenza spot (per chi ha un singolo dubbio), ai pacchetti orari (per chi ha un progetto specifico da comunicare) fino ad arrivare alla strategia completa, per chi è insoddisfatto della sua comunicazione e la vuole rivedere completamente. La maggior parte delle consulenze si svolgono online, ma cerco di fare almeno 2 o 3 corsi l’anno dal vivo.

Chi sono i tuoi clienti? E perché preferisci il piccolo al grande?
Per la maggior parte i miei clienti sono piccole attività e altri freelance, soprattutto creativi.

Quando lavori per grandi aziende devi creare strategie tenendo conto delle esigenze di persone diverse, talora anche in conflitto tra di loro. Spesso non ti interfacci nemmeno con i vertici dell’azienda, ma solo con il settore comunicazione, quindi il rischio è sempre quello di soddisfare il secondo ma non i primi. Inoltre il rapporto umano rischia di passare in secondo piano per le tempistiche troppo spesso risicate. Con i piccoli succede il contrario: posso lavorare come piace a me, senza fretta ma senza sosta. Non ci sono intermediari, si sviluppa un rapporto personale cui personalmente tengo molto e grazie ai contatti diretti viene più naturale individuare quello che il brand ha da dire e stabilire le modalità che potrà usare per emergere.

Quale plus valore garantisce in termini di crescita e di qualità comunicativa, una collaborazione con te?
Il complimento che mi sento rivolgere più spesso è: “Hai detto proprio quello che pensavo, anche se non sapevo bene di pensarlo”. Credo che saper scrivere, usare i social e tutto il resto sia solo una base, che diventa inutile se non sai ascoltare chi hai davanti. Io credo molto nell’importanza delle domande giuste.

La proposta professionale più stramba che hai ricevuto?
A parte le due che ho citato prima, una volta mi ha contattato il titolare di una carpenteria metallica che voleva creare un account Instagram con foto di viti e bulloni. Detta così può far ridere, però per me sarebbe stata una bella sfida, e mi è dispiaciuto che sia naufragato tutto per mancanza di budget

Come far capire che “ognuno ha le proprie competenze” e non ci si improvvisa SMM di se stessi anche quando si è piccoli?
Non ho una risposta. Mi verrebbe da dire che è impossibile: se un titolare vuole gestirsi la comunicazione da solo, senza formazione né competenze io lo lascio fare. Sarà lo stesso che poi dirà “Internet non funziona” o “Il blog non serve più a niente”, e che probabilmente avrebbe detto “Che preventivo folle che mi proponi! Cosa ci vorrà mai per scrivere due cavolatine su Facebook”.
Queste persone esistono, e penso che difficilmente cambieranno idea, quindi uno dei vantaggi di essere freelance è proprio quello di poter evitare di avere a che fare lavorativamente con questo tipo di target. Ciò non toglie che qualche collega possa aver trovato un modo. In quel caso, caro collega, non essere egoista e fatti intervistare anche tu!

Perché aprire un ecommerce?
Non è obbligatorio: aprire un ecommerce fa crescere le possibilità di vendita, ma come qualsiasi attività presuppone un investimento e risorse dedicate (anche solo e banalmente per fare i pacchi e spedirli). Diventa invece indispensabile se si vuole ricorrere all’influencer marketing senza limitarsi a quello locale.

Parliamo del recruiting di social influencer su IG. Dal food, al beauty, passando per il travel e il luxury, Instagram pullula di profili con migliaia e migliaia di followers. Quali sono i segreti per collaborare con un’agenzia o direttamente con marchio? Bastano i numeroni e qualche volta pure gonfiati, oppure occorre altro?!?
Dal lato influencer temo che ora come ora per fare qualche collaborazione bastino effettivamente i numeri pompati: troppo spesso le aziende non sono a conoscenza di tutte le tecniche con cui un profilo può dimostrare di avere un engagement che invece non ha. Del resto con i soldi e le energie che si impiegano per creare i numeri farlocchi ci si potrebbe invece concentrare sul personal brand, che è quello che porta ad avere un seguito reale, anche se meno vistoso, e che non dipenda dal social su cui di lavora, che poi l’algoritmo cambia e rischi di trovarti a piedi; certo, ci vuole uno sprint creativo in più. Spero che un giorno tutte le aziende abbiano le competenze per distinguere tra i due tipi di profili e scegliere più oculatamente gli influencer con cui collaborare.

Collaborazioni con le Aziende: cosa reputi inaccettabile sia lato Azienda che lato Influencer? Quali dovrebbero essere le linee guida?
Naturalmente non vale per tutti, ma troppo spesso vedo superficialità da entrambe le parti. Da un lato, le aziende dovrebbero rendersi conto che l’influencer marketing presuppone un investimento, esattamente come la pubblicità sul giornale o in tv. Un vero influencer ha seguaci già targettizzati, quindi porterà un ritorno uguale e forse anche superiore ai media tradizionali, e va pagato di conseguenza. Dall’altra parte ci sono influencer che “lavorano” in cambio merce e che a casa loro hanno ormai un arsenale completo di prodotti di bellezza da fare concorrenza a Sephora, e io mi chiedo sempre a cosa serve (quante creme ti puoi spalmare in un giorno?). Penso
che i due fenomeni siano le due facce della stessa medaglia: quello dell’influencer non viene considerato un lavoro vero e proprio né dalle aziende né dall’influencer stesso, mentre all’estero, in questo, sono anni luce più avanti. Dal lato azienda, poi, mi fa rabbrividire che prima di una campagna non venga fatto un serio lavoro di analisi del target: che senso ha pagare la grossa influencer nazionale per sponsorizzare un’agenda, quando ci sono profili più piccoli che parlano solo di agende e che quindi hanno già fatto la selezione del target al posto tuo? Eppure succede.

Analisi Instagram: come funziona e a chi la consigli?
È un servizio che offro e prevede lo studio del profilo Instagram di chi lo compra, a partire dalle statistiche, per mettere in luce i punti di forza e quello che invece potrebbe essere migliorato. Si parte con un questionario che mi aiuta a capire chi ho di fronte e qual è l’obiettivo della sua comunicazione, così mi rendo conto se la sua strategia è efficace o no. Dopo l’analisi, mando un report scritto di cui parleremo qualche giorno dopo durante una consulenza Skype di 30 minuti. È un servizio creato a misura di freelance e che ho esteso agli aspiranti influencer, mentre non si
rivolge alle aziende, che dovrebbero già avere una brand identity ben definita.

Leoni da tastiera: perché prestare attenzione a ciò che si scrive sui social?
Dobbiamo smettere di pensare che il mondo social sia un Far West dove non valgono le leggi del vivere civile. Molti selezionatori del personale sono allenatissimi a scovare su Facebook ogni nostro “sclero” e un commento aggressivo potrebbe fare la differenza tra trovare il lavoro dei nostri sogni o no. Neanche le aziende sono immuni: ne ho viste un paio che, di fronte a una recensione negativa sui social, aggredivano il cliente: in questi casi suggerisco sempre di spegnere tutto, respirare, fare qualcosa di bello e solo dopo rispondere, con calma e punto per punto, chiedendo scusa se il cliente ha ragione o facendo valere il proprio punto di vista se la critica è ingiusta, ma senza recriminare o aggredire.

Dove possiamo trovarti?
Sul mio sito http://www.pivanelsacco.it oppure su Instagram https://www.instagram.com/p.ivanelsacco/ dove vi accoglierà un educato messaggio automatico!

Anna Cortelazzo

Consulente esperta di web strategy.

Social Media Manager

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